03: Saugues a Le Sauvage

Attenti alla bestia di Gévaudan

 

MILENA DELLA PIAZZA, DIDIER HEUMANN, ANDREAS PAPASAVVAS

 

Se vuoi vedere solo gli alloggi della tappa, vai direttamente in fondo alla pagina.

Oggi il tragitto attraversa una grande parte della Margeride, un mondo, dove la foresta costeggia i blocchi di granito, dove il paesaggio si apre e si chiude, a volte, vicino a paeselli isolati, in mezzo alle foreste e a pascoli sistemati dietro muretti di pietra e filo spinato, il marchio di fabbrica della Margeride e dell’Aubrac.

Il cammino se ne va quasi in pieno Sud dietro il bacino dell’Allier. È la transizione verso l’altopiano dell’Aubrac.

 

La regione si distingue facilmente dall’Alto-Allier e dal Devès che abbiamo appena attraversato. Qui, il rilievo si è formato dalla decomposizione del granito del Massiccio centrale. È un massiccio di montagna bassa, arrotondato e svuotato dagli affluenti dell’Allier e della Truyère. Sono terre aride, coperte di abetaie abbastanza dense, di pini e di faggi (“fayards”, piccoli faggi) e di ginestre. Il pino silvestre è la specie dominante, in mezzo a lande di mirtilli e di ginestre. E’ dolce il passaggio tra gli spazi aperti e le foreste. Sui pendii, l’erosione ha lasciato affluire profonde tracce e piccoli blocchi di granito.

Poiché il granito è la pietra predominante della regione, con questo materiale sono state fatte la maggior parte delle costruzioni. I dintorni dei villaggi occupano spazi di piccole dimensioni, nei posti più accessibili della valle. I lotti sono spesso separati da frassini, muretti in pietra o fili di ferro spinato attaccati a piccoli blocchi di granito. Qui, la terra è povera e acida, a causa della base granitica della regione. Di conseguenza, il pascolo è la principale risorsa. La silvicoltura e la raccolta dei funghi e dei licheni completa la panoplia del contadino.

Regna una certa confusione tra Gévaudan, Margeride e Lozère. In realtà, almeno a livello dei paesaggi, tutto è abbastanza simile. Precedentemente, c’era qui una grande provincia: Gévaudan che includeva Margeride, Aubrac, una parte delle Cévennes al sud e del Cantal al nord. Gli agrimensori moderni hanno rifondato quest’ampio territorio per creare un dipartimento, quello della Lozère. Gévaudan, è un po’ più vasto, poiché include anche una parte del sud della Haute-Loire, che attraversiamo oggi. Ad ogni modo, il mostro del Gévaudan conosceva perfettamente la cartografia, visto che ha utilizzato i suoi artigli acuzzi su questo vasto territorio.

 

La tappa è interamente in Haute-Loire, nell’Alto-Allier. La natura qui è meno tormentata. Nella prima parte del giorno, il paesaggio è pastorale con prati segnati da blocchi di granito e case dello stesso materiale. Nella seconda parte, il paesaggio cambia. Ci s’inoltra in foreste fitte, soprattutto di abeti rossi e di pini, prima di raggiungere il sito maestoso di Sauvage, termine della tappa.

La tappa è breve: 20 chilometri, con dislivelli più dolci oggi (+512 metri/-204 metri). E’ necessario ricordare che il camminatore non esperto deve modulare il viaggio e accorciare le tappe all’inizio per permettere alle gambe di abituarsi. Del resto, se il tragitto è breve, è anche perché numerosi pellegrini desiderano a tutti i costi fermarsi a Le Sauvage (selvaggio). Però attenzione! Il sito può ricevere soltanto quarantuno persone. Di conseguenza, numerosi camminatori continuano verso Lajo e St Alban-sur-Limagnole. La giornata comincia con una salita facile attraverso la campagna verso il paesello di Le Pinet, prima di raggiungere La Clauze, un villaggio dominato da una torre situata al vertice di un blocco di granito. Il cammino quindi sale e scende per attraversare il ruscello La Virlange. Da Chazeaux, il podista entra nella foresta dei misteri, una regione della Margeride a lungo abitata dalla “Bestia di Gevaudan”.

Oggi, i tratti su sterrato dominano:

Asfalto: 6.4 km

Cammini: 12.8 km

A volte, per motivi logistici o scelta dell’alloggio, queste tappe mescolano percorsi effettuati in giorni diversi e diverse stagioni, poiché siamo passati più volte sulla Via Podiensis. Allora, i cieli, la pioggia o gli aspetti del paesaggio possono variare. Ma, generalmente, non è così, e questo modo di fare non cambia la descrizione del corso.

È molto difficile specificare con certezza le pendenze dei percorsi, qualunque sia il sistema che si utilizza. Gli orologi GPS, che misurano la pressione barometrica o l’altimetria, sono difficilmente più convincenti delle stime basate su profili mappati. Ci sono pochi siti su Internet che possono essere usati per stimare le pendenze (tre al massimo). Poiché questi programmi si basano su un’approssimazione e una media attorno al punto desiderato, possono esserci grandi variazioni da un software all’altro, per via della variazione tra due punti (ad esempio un avvallamento seguito da un dosso molto vicino). Un esempio? Sul GR36, lungo la costa della Bretagna, l’altitudine è raramente a più di 50 metri sopra il livello del mare, ma il percorso procede tutto il giorno su e giù. Per un percorso di circa venti chilometri, un software darà 800 metri di dislivello, altri 300 metri. Chi dice il vero? Per aver fatto il percorso più volte, le gambe dicono che la differenza di altitudine è più vicina a 800 metri! Quindi come procedere? Possiamo fare affidamento sul software, ma dobbiamo stare attenti, fare delle medie, ignorare le pendenze date, ma considerare solo le altitudini. Da lì, è solo matematica elementare per dedurre le pendenze, tenendo conto dell’altitudine e della distanza percorsa tra due punti di cui si conosce l’altitudine. È questo modo di fare che è stato usato in questo sito. Inoltre, in retrospettiva, quando si fa “in reltà” il percorso stimato sulla cartografia, si nota che questo modo di fare è abbastanza vicino alla verità del terreno. Quando si cammina spesso, si ha abbastanza rapidamente il grado di inclinazione negli occhi.

Ecco un esempio di ciò che troverai. È solo necessario prendere in considerazione il colore per capire di cosa si tratta. I colori chiari (blu e verde) indicano pendenze modeste, inferiori al 10%. I colori vivi (rosso e marrone scuro) mostrano forti pendenze, il marrone supera il 15%. Le pendenze più severe, superiori al 20-25%, molto raramente di più, sono segnate con il nero.

Abbiamo diviso il percorso in diversi tratti, per facilitare la visibilità. Per ogni tratto, le mappe danno il percorso, le pendenze trovate sul percorso, e lo stato del GR65.

I percorsi sono stati disegnati sulla piattaforma “Wikilocs”. Oggi non è più necessario andare con mappe dettagliate in tasca o in borsa. Se si dispone di un telefono cellulare o tablet, è possibile seguire facilmente il percorso in diretta. Per questo percorso, ecco il link:

https://fr.wikiloc.com/itineraires-randonnee/de-st-privat-dallier-a-saugues-par-le-gr65-29678071

Tratto 1: Sul fianco della collina nella campagna di Saugues.

Indicazione generale delle difficoltà del percorso: pendenze dolci sul percorso.

Saugues è situato su una collina. Il GR65 lascia il centro della città scendendo verso una rotonda dove si è insinuato un lupo, che non si può dire di una grazia squisita.

Uscendo dalla città, il GR65 attraversa La Seuge, che si dice esondi in caso di forti piogge e che ritroveremo molto più in alto lungo il percorso. Oggi il fiume è molto tranquillo.
Qui strane sculture in legno ricordano i misteri nascosti nel Gévaudan. Tuttavia, questa scultura non è spaventosa, è solo una signora che si lava i vestiti, vicino a un’aiuola.

Ma ce ne sono di più severi, più inquietanti, perché questo paese è un paese di storie terribili.

Ami le storie? Questa non è né leggenda né finzione. Questa è una storia documentata. Una bestia uccise nel Nord di Gevaudan (Saugues, St Alban, Aumont, Le Malzieu, Langogne), Auvergne (Pinols, Ruynes) 15 donne, 68 bambini e 6 uomini, ferendone molti di più. I nomi e le lesioni sono dettagliati per quasi tutte le vittime, dal luglio 1764 al giugno 1767. Sotto, la mappa mostra il dominio di caccia della bestia. (Sanguinez: Licence Wikimedia Creative Commons).


La storia cominciò nella foresta di Mercoire, vicino a Langogne, lungo l’Allier. Una giovane pastora sorvegliava le sue mucche quando la bestia caricò. I cani della ragazza fuggirono, ma la pastora fu salvata dalle mucche che con le loro corna cacciarono l’intruso. La pastora se la cavò con alcuni graffi. Descrisse il mostro come un animale della dimensione di una mucca, con un collo enorme, con piccole orecchie dritte, con una coda lunghissima e fine, con una grande banda nera lungo tutta la schiena, dalla testa alla coda. Somigliante a un gigantesco e strano lupo.

Jeanne Boulet, la prima vittima ufficiale, fu uccisa nel luglio 1764 a Les Hubacs, vicino a Langone. Fu sepolta “senza sacramenti” poiché non aveva avuto il tempo di confessarsi. Una seconda vittima fu notificata nell’agosto 1764. Era una ragazza di 14 anni che viveva vicino a Puy-Laurent. Le prime due vittime vivevano nella valle dell’Allier. I mesi seguenti, la bestia attaccò donne e bambini, ma anche degli uomini isolati che stavano sorvegliando le greggi. Nell’ottobre 1764, due cacciatori seguirono varie volte le tracce della bestia e riuscirono a colpirla. Ad ogni colpo la bestia crollò, quindi si risollevò, continuando il suo cammino senza avere subito apparentemente alcun danno.

Il capitano Duhamel, di guarnigione a Langone con i suoi 60 dragoni, fu incaricato di braccare il mostro. Organizzò molte battute nella foresta senza mai scorgerlo una volta. E’ probabilmente a causa delle battute che la bestia traslocò nell’ottobre 1764 più a Nord, ai confini della Margeride e dell’Aubrac. Poco dopo, una ragazza fu uccisa al villaggio di Apcher Prunières, vicino all’altopiano dell’Aubrac. Si trovò la sua testa soltanto otto giorni più tardi. La bestia attaccò allora molte volte e uccise numerose persone nella regione di Prinsuéjols. Un’altra volta attaccò un giovane vaccaro. Fortunatamente per lui, le sue mucche lo salvarono. Dei cacciatori scorsero la bestia vagare attorno al ragazzo. Spararono invano sull’animale che riuscì a fuggire e a continuare la carneficina un po’ più al Sud.

Poco dopo, una ragazza fu uccisa al villaggio di Apcher Prunières, vicino all’altopiano dell’Aubrac. Si trovò la sua testa soltanto otto giorni più tardi. La bestia attaccò allora molte volte e uccise numerose persone nella regione di Prinsuéjols. Un’altra volta attaccò un giovane vaccaro. Fortunatamente per lui, le sue mucche lo salvarono. Dei cacciatori scorsero la bestia vagare attorno al ragazzo. Spararono invano sull’animale che riuscì a fuggire e a continuare la carneficina un po’ più al Sud.


Nel novembre 1764, Duhamel e suoi dragoni lasciarono Langogne per stabilirsi a St Chély più al Nord. Nel gennaio 1765, la bestia attaccò Jacques Portefaix e sette altri pastorelli vicino a Chanaleilles (paesello sul GR65 di oggi). La resistenza dei bambini fu eroica. Si narra che riuscirono anche a toccare l’animale negli occhi. La loro resistenza attirò l’attenzione del re Louis XV che assegnò una rendita di 300 franchi a Portefaix e un’altra di 250 al resto del gruppo. Il re iniziò a prendere seriamente quest’affare e inviò cacciatori di lupi professionisti nella regione. I Denneval, padre e figlio, arrivarono con otto cani, nel febbraio 1765. Nel corso di alcuni mesi, uccisero numerosi lupi, ma gli attacchi continuarono. Nel giugno 1765, François Antoine, archibugiere del re e il tenente Hunt sostituirono i Denneval. Arrivarono a Le Mazieu.

Nel settembre 1767, François Antoine venne informato che un lupo enorme vagava nei boschi dell’abbazia di Les Chazes. La bestia non era ancora mai apparsa in questa regione dell’Allier. Con l’aiuto di 40 cacciatori di Langeac, François Antoine uccise l’animale. Era soltanto un grande lupo che pesava 60 kg. I sopravvissuti identificarono l’animale come il responsabile delle loro disgrazie. Baker, il chirurgico di Saugues, dissecò l’animale e l’impagliò. Inviò l’animale a Versailles, dove fu esposto nei giardini del re. François Antoine diventò une eroe nazionale. Ufficialmente la “Bestia di Gevaudan”, conosciuta d’ora in poi come il “Lupo delle Chazes”, era stata uccisa.

Numerosi misteri rimangano in questa storia. Le distanze coperte dall’animale erano importanti, oltre 50 km al giorno. Questo condusse all’ipotesi che c’era forse più di un animale assassino, anche se non si è mai riusciti a provarlo. Si descriveva l’animale come un lupo, ma non era un vero lupo, con la sua schiena rigata, la sua coda pelosa, le sue mandibole gigantesche. L’animale divorava le sue vittime, schiacciando la loro testa e cibandosi delle loro viscere. Babbuino, leopardo, orso, tasso americano, iena, tutti sono stati proposti come spiegazione. Altri pensavano anche a un lupo mannaro, animale fantasmagorico. Ciò che si sa di sicuro è che l’animale si dilettava di carne umana, ignorando le capre e le pecore e che era immune alle pallottole. E sia, ma all’epoca, l’armamento non era per niente moderno! Allora, tenete gli occhi bene aperti quando attraversate la foresta vicina al Sauvage. Fortunatamente, il buon Santo veglia su voi.

Rapidamente, dopo aver superato la strada regionale, il GR65 sale su un dolce pendio verso Le Pinet, in campagna.
Segue per un po’ la strada che va in recenti complessi residenziali vicino al fiume, quindi trova un’ampia strada sterrata.
Ecco la vera vita di un contadino. Senza trucco, la regione mostra la vita quotidiana della vita rurale ordinaria. Qui, i contadini devono essere severi e riservati come il granito delle loro case.

Per fortuna, il bestiame distribuisce il suo incanto su questo spazio immenso e aperto. La regione di Saugues si è ritagliata nel corso degli anni una grande reputazione nel mondo dell’allevamento. Il mercato di Saugues ne è la prova. Le greggi di pecore abbondano nei prati.

La pecora “Bianca del Massico Centrale” (Blanche du Massif Central) è la più diffusa. Ha una testa fine e bianca, senza corna. I suoi lunghi orecchi sono un po’ pendenti. Ha il manto bianco che lascia scoperta la testa, la cima del collo e una parte del ventre. Più rare sono le pecore Bizet, riconoscibili dalla loro testa nera con una banda bianca sul muso.

S’incontra soprattutto la vacca da latte, generalmente la Montbéliarde o l’Abondance. La Montbéliarde, l’abbiamo già incontrata. L’Abondance è la vacca da latte della Savoia, la mucca del formaggio Reblochon. Questa mucca, la si incontra così, nel proprio abito color mogano, la testa piuttosto bianca con “occhiali” rossi attorno agli occhi. Si trovano anche razze pure come l’Aubrac, la Limousine, la Charolaise o la Salers. Queste razze non sono buone vacche da latte. Sono allevate soprattutto come animali da macello.
La strada inizia a salire in aperta campagna, ma la pendenza non è ripida. Ci sono molti frassini in questi prati. Questo è facilmente spiegabile. In passato, i frassini venivano usati come integratore alimentare per il bestiame. Quindi li hanno piantati copiosamente, anche se oggi sono soprattutto decorativi. Ma che belli questi alberi ornamentali, giusto?
Arriviamo a una biforcazione, con una croce di ferro piantata nel granito. Le croci si alzano come lanterne nelle tempeste, indicando l’ingresso ai porti, come tante pietre miliari sulla strada, proteggendo il viaggiatore. Qui, la strada prende la direzione di Pinet, in una campagna dolce e calma, con mucche Aubrac e Charolais che pascolano.
Poco dopo, la strada arriva alle prime fattorie di Pinet. Ci siamo lasciati alle spalle le pietre vulcaniche del Dévès per il granito della Margeride. Ma è altrettanto intriso di maestosità e robustezza.
Un’altra croce, un bellissimo viale di frassini e un “lavoro” per ferrare i buoi, e la strada attraversa il cuore del borgo, una manciata di grandi fattorie, che lo scalpello degli scalpellini ha tagliato nei fianchi del più puro granito. In questa pietra compatta, dura ed eterna, sono costruite le fattorie agricole che emanano il buon odore di bestiame e di buona terra.
Lasciando Le Pinet, un’ampia strada sterrata bighellona a lungo nei prati, con qua e là alcuni ciuffi di frassini e solitari aceri. Le ginestre e i rovi arredano le scarpate.
A volte il bestiame osserva i pellegrini di passaggio, a volte distoglie lo sguardo a furia di vederlo passare ogni giorno! Qui due pellegrini sono sorpresi che possiamo trascorrere del tempo fotografando le mucche, non i pellegrini. Grazie a loro per questi bei sorrisi.
Il sentiero passeggia a lungo, tra prati e pinete, senza mai entrarvi.

Tratto 2: Piccoli saliscendi nel boschetto.

 

Indicazione generale delle difficoltà del percorso: leggera pendenza, tranne attorno al passaggio della Seuge.

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Più avanti, ci sono campi di segale, ai piedi di abeti rossi e pini. La segale è il grano di Saugues. Ma questi non sono mai grandi campi e i boschi lasciano poco spazio al contadino. I grandi pini prendono il posto degli arbusti e il sottosuolo si tinge di marrone.
Quindi, la terra gradualmente lascia il posto alla foresta, sul lato del Campo Roucis. Qui ci sono spesso conifere, in particolare i pini scozzesi, lungo muretti bassi di pietra a secco o filo spinato, dietro i quali pascolano le mandrie di bovini e ovini. La pace regna lì. L’erba cresce fitta e gli alberi fanno un cerchio attorno alle radure, dove crescono qua e là erbe selvatiche, che a volte danno un’aria di disordine.
La collina si avvolge in dolci curve, in valli arrotondate, i suoi lati offerti al sole o pioviggine, dipende. In queste cattedrali verdi, anche le mucche Aubrac, di solito così calorose e curiose, sono talvolta indifferenti al pellegrino che cammina. A volte una leggera brezza dà alla foresta il respiro profondo del dormiente.
L’ampia strada sterrata ondula dolcemente, passando dalla pineta alle radure, per tornare più avanti nel bosco. I pini sono tutti eretti, sottili ed eleganti, si innalzano verso la luce.
Dopo esser salito più di un chilometro molto dolcemente, il GR65 scende lentamente verso La Seuge. Le pigne sporcano il terreno. In alcuni punti, i mirtilli fiancheggiano il terreno. Il percorso costantemente si affianca senza sosta al mistero nascosto qui per secoli, quello dei lupi, delle streghe e degli dei.
Quindi, il percorso lascia gradualmente i pini. Riappaiono alberi di frassino e aceri.
Il percorso arriva in un luogo chiamato Le Champ du Cros. Qui viene data una direzione per un gîte, a 1,5 km dal sentiero. Questi sono solo piccoli borghi, tranquilli come i boschi intorno.
Lungo il cammino, un’altra bellissima casa in granito. In questi paesi dove non sta succedendo molto, non si sa mai se queste splendide residenze sono ancora abitate o se sono solo seconde case.
Il GR65 ritrova La Seuge e la attraversa. Devi chinarti per vedere scorrere un filo d’acqua.
Quindi, dopo il ruscello, il sentiero sale un po’ di più sull’argilla in una grande radura, quindi nella campagna verso La Clauze. A volte del filo spinato sui muri di pietra delimita i prati sotto i frassini.
Quando si avvicina alla frazione, l’asfalto riprende i suoi diritti. È sempre così. I trattori, a differenza dei pellegrini, non amano impantanarsi nel fango.
Sulla collina di granito di La Clauze svetta fiera una torre eptagonale che riflette l’ambizione di un potere signorile che regnava qui all’epoca. Occorreva usare una scala per accedere alla caditoia e alle alte feritoie. Castelli, fortezze, maschi, nulla mancava all’Alvernia di un tempo, quella dallo spirito abbastanza bellicoso che dava vita a piccole dispute locali. Tutti questi segni di un passato finito, questi castelli considerati imprendibili, rimangono.
A La Clauze, il granito è ovunque: nella sua torre del XII secolo, nel rifugio della Maison Béate, nelle case del villaggio e sulla struttura atta a ferrare i buoi.
Le Beate appartenevano a un’istituzione secolare del XVII secolo. Erano catecumene, svolgevano il ruolo di infermiere, governante, assistevano i morenti, prestavano attenzione ai deboli, si prendevano buona cura della delle comunità del villaggio. Non è altro che un ricordo, una casa di pietra in mezzo ad altre. Ma oggi, questi rifugi sono ancora utilizzati dai pellegrini, spesso giovani e senza un soldo. Questo permette loro una notte gratuita. C’è anche un angolo cottura qui. Che lusso, giusto?
Nel villaggio, gli edifici sono abbastanza imponenti, costruiti per resistere alle intemperie, con le loro pareti di granito chiaro. Purtroppo, nei villaggi come nei castelli, la profonda Francia sta morendo. Molte case sono in rovina o disabitate. La pietra è onnipresente nelle costruzioni del paese. Il modello più comune in questi paeselli è un’azienda agricola che comprende la casa, la stalla e il fienile. Il fienile è spesso sopra la stalla, e ci si accede con una scala. sotto il fienile, i maiali.

Nel Gévaudan, una grande parte del territorio era formata prima di beni comunali che i contadini si dividevano. Quest’organizzazione è scomparsa oggi, ma esiste a volte un embrione di “couderc„, uno spazio libero in mezzo al villaggio, accessibile a tutti, dove si trovavano la casa del Comune, i forni del pane, il lavatoio e le celebri “lavori” per ferrare i buoi, di cui alcune copie sono ancora funzionanti oggi.

All’uscita del villaggio, il GR65 se ne va sulla strada. Puoi vedere qua e là le pareti crollate, ancora a malapena supportate da vecchie travi annerite dal tempo. Il muschio colonizza ciò che rimane delle vite passate qui. La Francia dei poveri contadini muore per prima. Qui, per molto tempo camminando sul lato della strada, avrete come orizzonte le foreste oscure che si innalzano davanti a voi.

Tratto 3: Sulle traccie del mostro di Gévaudan.

 

Indicazione generale delle difficoltà del percorso: leggera pendenza, in generale, ad eccezione di alcune brevi pendii vicino a Villeret d’Apchier.

Non è il percorso più emozionante della tappa, poiché il GR65 segue la strada, ma il pellegrino non è davvero infastidito dal traffico. Siamo in aperta campagna, ma la campagna è meravigliosa, lontana da qualsiasi civiltà, con, in lontananza, a volte fattorie isolate molto piccole, un campo di segale qua e là, alcune mandrie nei prati.
La strada ondeggia nei pascoli della collina boscosa, quindi sale un pendio più ripido a poche centinaia di metri. È in questi luoghi di grande solitudine che i pellegrini, persi nei loro pensieri, a volte alzano lo sguardo per vedere i loro progressi sulla strada.
In cima alla collina, il GR65 lascia la strada in cui un veicolo raramente transita, per un’altra stradina che scende dolcemente verso Le Falzet.
La strada quindi scende tra le ginestre, sotto i frassini e gli aceri.
Più scendi nella piccola valle, più densa diventa la vegetazione e vedi anche grandi carpini e alberi di faggi paffuti apparire mentre ti avvicini a Le Falzet.
A Le Falzet, una fattoria funge da snack bar, con prodotti agricoli. Non si dirà mai abbastanza il piacere intenso che emana da questi paradisi di pace e conforto nella dura giornata del pellegrino.
Nel villaggio, tutto emana lo splendore, la solidità e il fascino del granito chiaro.
All’uscita del paese, il GR65 percorre ancora poche centinaia di metri sulla strada prima di imboccare un’ampia strada sterrata che sale verso Le Villeret d’Apcher.
E di nuovo la campagna intatta, i suoi prati permanentemente limitati da filo spinato per contenere il bestiame, punteggiata qua e là da frassini, aceri o carpini solitari.
Il cammino poi scende dolcemente verso Le Villeret d’Apchier, il villaggio di Jacques Portefaix che salvò sua sorella attaccata dalla Bestia da una morte orribile.
In questi villaggi, a volte abbiamo la sensazione che le case ci aspettino, che stiano parlando con noi, pronte a rivelare il segreto delle loro pietre unite a calce o malta. Sembrano sempre essere state lì.
All’uscita del villaggio, dopo alcuni vicoli tortuosi, il GR65 scende ripido, oltre il 15%, sull’asfalto verso la Virlange che scorre nella parte inferiore del villaggio. Va detto che il Cammino di Compostela offre sorprese ogni giorno. Scende quasi sempre verso un fiume e poi, di seguito, risale. Senza alcun metro di profitto. Ad ogni modo, oggi non c’è una ripida discesa o una salita impegnativa, solo pochi chilometri di campagna ondulata e boschi ombreggiati.
Il pendio è ripido lungo le pareti di granito fino in fondo al villaggio. Sotto il villaggio sgorgava una sorgente che, si diceva, guarisse i malati. Deve averne guariti molti, perché alla fine si è prosciugata, o almeno il pellegrino che passa qui non ne trova più traccia. Se passi qui, investiga per risolvere questo enigma.
Il GR65 compie qualche altro passo sull’asfalto in una piccola pianura prima di attraversare la Virlange.

Tornando indietro, oltre le mucche Abbondanza nei prati, è ancora possibile gustare il fascino di questi villaggi di pietra aggrappati alle colline.

Subito dopo il ruscello, il GR65 sale ripidamente su un’ampia strada sterrata.

Tratto 4: A fianco della montagna verso Le Sauvage.

 

 

Indicazione generale delle difficoltà del percorso: in generale pendenza leggera, con qualche gobba in pendenza, ma breve.

Qui c’è una piccola gobba ripida nella foresta di Ronc d’Estandard, in mezzo a latifoglie, conifere e cespugli.
La salita non è molto lunga e il cammino ridiscende leggermente dalla collina.
Grandi giganti metallici dinoccolati costellano la campagna. La scomparsa di questi spilungoni non è imminente. La Francia non ha denaro per nascondere le linee ad alta tensione. Allora cerchiamo di conviverci, smettiamo di maledirli. Fungono in ogni modo da punto di riferimento per il pellegrino. L’ultimo pilone sulla montagna è all’altezza di Le Sauvage, lassù dove andremo.
In un luogo chiamato Le Moulin du Pin, il sentiero sale sul fianco della collina.
Per quasi un chilometro, la strada sterrata sale dolcemente verso l’altopiano, in campagna. Ci avviciniamo, alla sua destra, a Chanalleiles, dove la D589 va da Saugues a St Alban-sur-Limagnole.
Quindi, il percorso scende un po’. Il GR65 raggiunge il luogo detto Contaldès sull’asfalto. Qui puoi raggiungere il villaggio di Chanaleilles, a due passi.
Non è perché lo sguardo per numerosi minuti si tuffa sul cimitero al di fuori del villaggio, è soprattutto perché alimentari e un ristorante che fa anche gîte sono presenti. La chiesa con il suo campanile a pettine è notevole. Il campanile a pettine è una parete unica bucata da una o più aperture destinate ad accogliere le campane. In questi campanili aperti, le campane all’aria libera sono così sospese nel cielo ed emettono suoni chiari e squillanti.
Da Contaldès, il cammino riprende salendo lungo il sottobosco tra i frassini, nella siepe e nella ginestra. Qui, la pendenza è di nuovo più ripida in alcuni punti.
Il percorso passa presto attraverso il villaggio di Chazeaux.
Chazeaux è un grazioso paesino di pietra, così come tutti i paeselli della regione. Molti pellegrini si fermano qui per mangiare prima di affrontare l’ultima salita che porta a Le Sauvage. La pienezza di una casa restaurata con cura, che altro richiede il pellegrino?

Quale piacere incrociare in questi villaggi dalle solide case questi piccoli squadroni di galline che folleggiano in piena libertà!

Una ripida stradina esce e passa sopra il villaggio.
 

 

 

 

 

Poco sopra il paese, la strada porta in un luogo chiamato La Sagne, a un’altitudine di 1170 metri, a circa 5 chilometri da Le Sauvage.

Una strada sterrata parte in pendenza leggera tra le ginestre verso la foresta delle Narcette.
Qui la campagna è bella e delicata, a volte con alcuni pini e faggi, ginestre, eriche e mirtilli. Presto vediamo l’abete rosso nella foresta.

Tratto 5: Tutto lassù, a Le Sauvage, che merita il suo nome.

 

Indicazione generale delle difficoltà del percorso: per dire che si va verso la montagna la salita verso Le Sauvage non presenta grande difficoltà, se non per alcune rampe più severe sul lato di Ranchoulet.

ll verde dei prati lascia poi il posto al colore scuro degli abeti, su un sentiero coperto di aghi caduti dalle conifere, che esita tra i ciottoli, l’humus e il muschio. Il sentiero affonda nell’oscurità di una nuova valle boscosa. Saliamo nel punto più alto della giornata. Il percorso si snoda tra pini, faggi e rada vegetazione. Stretti l’uno contro l’altro, gli alberi lasciano appena passare il percorso tortuoso che porta all’altopiano. In un luogo chiamato Ranchoulet, il sentiero entra nella foresta, lascia l’ampia strada sterrata per un sentiero forestale più stretto, che si snoda lungo la cresta, tra faggi e conifere.
Ai margini del bosco, appare un primo recinto per contenere il bestiame.
Qui, la foresta è principalmente divisa tra faggi, carpini e pini, che formano siepi abbastanza fitte.
Il sentiero, a volte un po’ sassoso, si snoda nella foresta, verso il Buron-du Sauvage. È abbastanza dolce, a volte un po’ più ripido.
Più in alto, il pendio diventa più dolce nelle radure che creano zone luminose che delimitano i paradisi della pace e della serenità, nel mezzo di gruppi di pini.
Un secondo recinto che si deve aver cura di chiudere dopo il passaggio, blocca l’orizzonte, perché qui sono presenti i bovini, sotto forma di bellissime mucche Aubrac.
Un ampio cammino sassoso, delimitato da pini torturati dai venti, scolpisce una terra che esita tra il marrone e l’ocra. Il percorso continua a salire, zigzagando, attraverso una magnifica foresta. La foresta, all’inizio una miscela di latifoglie (in particolare faggi) e conifere si trasforma presto in una foresta più fitta dove i pini si mescolano con gli abeti rossi.

Abbiamo raggiunto un’altitudine che consente agli abeti rossi di proliferare. Svettano, stretti e diritti l’uno contro l’altro e raggiungono altezze incredibili. La foresta è bellissima qui. Sembra che gli alberi corrano verso il sole.

Presto, il sentiero esce dal bosco, si apre sull’altopiano come una finestra sulla cima della montagna, nella magnifica bellezza del Domaine du Sauvage, che possiamo immaginare a un chilometro di distanza.
Siamo in un luogo chiamato Buron du Sauvage, a 1320 metri sul livello del mare, il punto più alto della tappa. Il Selvaggio appare all’orizzonte come un piccolo punto perso in un’enorme radura di pascoli.
Qui sono pascoli senza fine, dove pascolano le mucche Aubrac, poco spaventate dai pellegrini che vedono tutti i giorni passare.

Quanto sono belle queste mucche …

L’ampia strada sterrata attraversa il vasto pascolo, oltre il “buron”. I “buron” sono capanne di pietra da pastore, caratteristiche della regione. Oggi non sono altro che magnifici monumenti seminati nel paesaggio.

Il piccolo punto cresce abbastanza rapidamente da lasciare indovinare un gruppo massiccio di edifici di pietra. Si sarebbe detta una semplice azienda agricola, ma da vicino appare invece una fortezza. Il Sauvage, di rado una località è stata così giudiziosamente battezzata. Come l’isola per il naufrago emerge da un pascolo gigantesco circondato da foreste immense. Il Sauvage è una fortezza, ma una fortezza contadina, la sola traccia umana nell’arco di chilometri. Però attenzione! Di selvaggio, ha soltanto il nome. Tutto il suo cuore è fatto di comodità e di calore umano.

Ancora qualche centinaio di metri sulla strada sterrata e il sentiero arriva a Le Sauvage.
Il dominio del Sauvage è situato nel massiccio granitico della Margeride, tra Le Signal de Randon e il Mont Mouchet. Il granito è la pietra di base delle costruzioni in Cantal, Lozère e Haute-Loire.

L’azienda agricola occupa oltre 880 ettari. Utilizzata molti anni fa come ospedale dai Templari, ha conosciuto numerosi proprietari nel corso dei secoli. Tempo fa sembrava destinata a una rovina certa; oggi è gestita da contadini. Gli edifici attuali datano XVIII e XIX secolo. Includono il gîte ma anche dei corpi d’azienda agricola, delle rampe ed una corte quadrata. Qui si consumano i prodotti dell’azienda agricola in una sala comune, splendida, che è forse stata la sala d’accoglienza dei Templari.

La proprietà da sempre è stata un ricovero per i pellegrini, e oggi pellegrini e camminatori. Si, occorre fermarsi, se si è saputo riservare il proprio posto. Appena di sotto alla sala di accoglienza, delle anatre sguazzano in un piccolo lago gioiello. I cani nel recinto abbaiano tutte le mattine, per salutare la partenza dei pellegrini nella nebbia. Ritorneremo un altro giorno in questo grande luogo di solitudine?

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